mercoledì 30 aprile 2008

Il rissoso Michelangelo

Michelangelo Buonarroti, genialissimo artista era sicuramente anche un tipo dal carattere difficile.

A Roma ad esempio, Raffaello Sanzio era invidioso del suo successo, mentre con Donato Bramante – ‘l’architetto di San Pietro – non poteva proprio vedersi!

Ogni occasione era buona ai due per cercar di screditarsi a vicenda e Michelangelo che temeva fortemente di essere avvelenato dal rivale arrivò addirittura ad abbandonare per un po’ di tempo la città eterna.

E pensare che quando completò la cupola di San Pietro, che il Bramante aveva iniziato, rifiutò ogni compenso…

mercoledì 6 febbraio 2008

Le debolezze di Michelangelo

Le debolezze si sa, sono degli uomini.
Neanche i più grandi paiono infatti sottrarsi a questa legge naturale.

Il giovane Michelangelo Buonarroti, era un appassionato di vino e doveva esserne senz'altro un intenditore.

E' certo che ne portava sempre con se molto in "dote" al Papa quando si recava a Roma, ma quello da lui preferio era la Vernaccia di San Gimignano.

Di Vernaccia il grande artista, deve averne saggiato anche gli ardori che il vino stesso trasmette visto che, nel poemetto Aione del 1643, ne dà una definizione talmente poetica che solo un'attenta e prolungata degustazione del prezioso nettare poteva suggerire; lo definì infatti come un "vino che bacia, lecca, morde, picca e punge"!

giovedì 24 gennaio 2008

Il test delle Api...

Una divertente curiosità storica si trova nella statua equestre di Ferdinando I dei Medici (1549-1609) - posta al centro di piazza SS. Annunziata.

La scultura, ultimo lavoro del Giambologna terminato poi da Pietro Tacca, ricorda le imprese del coraggioso Granduca che sconfisse i corsari saraceni – terrore dei naviganti del mediterraneo.

La statua è ricavata con il bronzo dei cannoni nemici – come ricorda la frase scritta sul sottopancia della sella.

Nella parte posteriore del piedistallo si trova un’originale tavola di bronzo a rilievo con un’ape regina circondata da molte api disposte in cerchio - a simboleggiare la centralità del Granduca rispetto al popolo laborioso.

Questa tavola è stata spesso usata per valutare l’abilità nel contare rapidamente gli oggetti. Ancora oggi, si portano i bambini dietro alla statua - promettendo loro un regalo in cambio della risposta esatta.

Un bambino di 8 anni, piuttosto sveglio, indovina il numero delle api (91) in un minuto. Provare per credere!

lunedì 21 gennaio 2008

Cecco Angiolieri

Donne, dado e taverna. Il suo motto

Questo il frammento del suo sonetto più celebre:
S'i' fosse fuoco, arderei 'l mondo; s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei; s'i' fosse Dío, mandereil' en profondo;
…...S'i' fosse Cecco, com' i' sono e fui, terrei le donne giovani e leggiadre: le zop[p]e e vecchie lasserei altrui.

Un uomo frivolo e spensierato, disordinato e dissipatore, che nacque a Siena da una potente famiglia di banchieri ed ebbe come ideali appunto, solamente: le donne, la taverna e il dado (sono parole sue!).

Nel corso della vita dilapidò tutte le ricchezze paterne e morì in miseria carico di debiti, tanto che i figli rinunciarono alla sua eredità...

Cecco Angiolieri ci ha lasciato però un consistente canzoniere, che lo ha fatto diventare il più noto rappresentante della tradizione poetica realistico-giocosa medioevale.
Un Baudelaire ante litterem.

All'amore spirituale contrappone sempre quello sensuale, al motivo della lode quello dell'ingiuria, alla donna angelo quella volgare, alla celebrazione delle virtù morali l'elogio dei piaceri della vita.

Angiolieri potè però vantare l'amicizia di Dante Alighieri, che sfidò a una tenzone di sonetti.

Il Boccaccio gli dedicò una novella del Decameron, prendendolo come prototipo del gaudente e dello scapestrato.

La forchetta

Nel Medioevo, anche le Grandi Dame e i rispettabilissimi Cavalieri magiavano con le mani. Del resto, nello stesso modo mangiavano anche gli Etruschi e i Romani.

Non c’è da scandalizzarci, non erano certo maleducati, semplicemente ignoravano l’uso di quell’oggetto per noi d’uso comune che si chiama forchetta!

Qualcuno potrebbe obiettare che, in qualche museo, ha visto alcuni esemplari simil-forchetta.

Sì, è vero, ma era uno strumento che veniva usato dal cuoco durante lo svolgimento del suo mestiere e non era certo uno strumento d’uso per il convivio. Quello strumento serviva ad ad afferrare e tenere ferma la carne bollente sotto al coltello in cucina.

La prima vera ed autentica forchetta fece la sua comparsa verso la fine del 1300 nelle argenterie del Re di Francia, ma era pensiero comune che utilizzarla tra gli uomini fosse un segno di debolezza…
Tant’è che anche Messisbugo - famoso cuoco della corte Ferrarese - fra le cose necessarie per la tavola non menziona mai la forchetta.

Anche il più “nobile” Clero mai utilizzava la forchetta influenzato com’era dalla maledizione di San Pier Damiano (monaco dell’anno mille) che la considerava un lusso diabolico…

Insomma fino ad una certa epoca l’uso della forchetta veniva considerato, bene che andasse, una raffinatezza scandalosa ed è notissimo l’episodio della principessa bizantina che, ospite in Francia, prendendo il cibo con “il forcuto strumento” (per una questione di “buone maniere”) suscitò la riprovazione dei prelati.

Poi col tempo, il suo uso divenne frequente fra i ricchi nell’epoca di Caterina De’Medici, ma per arrivare ad un suo utilizzo diffuso bisogna aspettare oltre la metà del 1700, quando venne celebrato il famoso matrimonio tra…forchetta e spaghetti!

Pare infatti che la forchetta divenne d’uso comune soprattutto per agevolare la presa dei cosiddetti “fili di pasta” ovvero gli spaghetti.

E pensare che ancor’oggi, per molti, è proprio l’incontro con gli spaghetti il momento più ostico nell’uso della forchetta…

martedì 15 gennaio 2008

Ghino di Tacco: masnadiero di Radicofani

Ghinotto di Tacco detto "Ghino" nacque da uno dei più importanti casati senesi: la famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai alla Fratta antico feudo posto tra Torrita di Siena e Asinalunga (l'odierna Sinalunga).

Il padre, Tacco di Ugolino, assieme al fratello e ai suoi due figli, commetteva furti e rapine; aveva tra l'altro appiccato il fuoco al castello di Torrita e fu condannato per aver ferito gravemente Jacopino da Guardavalle.

Il Comune di Siena combatté molto contro Tacco ed alla fine, nel 1285 lo catturò assieme al fratello ed al figlio minore Turino. Furono torturati e giustiziati nella piazza del Campo l'anno seguente, su sentenza del famoso giurista Benincasa da Laterina.

Ghino però continuava a "scorrazzare" ed è appurato che nel 1290 Siena indagava sulla sua intenzione di costruire una nuova fortezza tra Sinalunga e Guardavalle. Ghino a questo punto, bandito dal contado senese e si rifugiò, a Radicofani, punto di collegamento e territorio conteso tra il dominio Pontificio e lo Stato di Siena.

Qui i viandanti - Radicofani era posta in corrispondenza del tracciato della via Francigena - venivano attirati in imboscate e derubati di ogni loro avere; dovevano accontentarsi in cambio, di un banchetto che veniva loro offerto dal bandito in persona!

Ghino di Tacco fece di Radicofani la propria signoria ed il proprio covo. Era però una sorta di Robin Hood ante litteram, che prima di estorcere si informava sui reali possedimenti della propria vittima, lasciandole sempre di che vivere!

Ma in cuor suo serbava sempre spirito di vendetta contro il giustiziere del padre e così partì per Roma, al comando di quattrocento uomini, entrò in tribunale e tagliò la testa del giudice Benincasa (episodio riportato da Dante nella Divina Commedia Purg. VI 13,14).

Tornò poi a Radicofani dove continuò ad esercitare "l'arte della rapina". Divenne leggendario per la sua spavalderia, ma indubbiamente potè però contare su un covo imprendibile (una rocca talmente potente che neppure le truppe imperiali e medicee, con i loro potenti cannoni, riusciranno nel 1555 a prendere).

Ma la leggenda di Ghino andò ben oltre!

Boccaccio ci narra infatti - nella II novella del Decameron del X giorno - il trattamento da lui riservato all'abate di Clunj, che diretto a Roma, aveva deciso di recarsi alle acque termali di San Casciano dei Bagni per curare un mal di stomaco.
Ghino catturò l'abate, lo fece rinchiudere nella rocca nutrendolo soltanto con pane e fave secche. Questa ferrea dieta però, guarì prodigiosamente l'Abate dal suo mal di stomaco e così egli, riconoscente, intercesse presso il papa Bonifazio VIII per una riconciliazione con Ghino.
Il Papa si convinse e addirittura nominò Ghino Cavaliere di S.Giovanni e Friere dell'ospedale di Santo Spirito. Si adoperò in favore di Ghino anche con la Repubblica di Siena ottenendogli il perdono!

Il luogo della morte di questa leggendaria figura è incerta, alcuni lo dicono morto a Roma, mentre altri lo vogliono assassinato ad Asinalunga. Tra questi ultimi vi è Benvenuto da Imola - abbastanza attendibile perché vissuto non molto tempo dopo - che di Ghino ha tra l' altro, detto "non fu infame come alcuni scrivono... ma fu uomo mirabile, grande, vigoroso..." contribuendo all' opera di riabilitazione del personaggio.

Il primo dizionario italiano è nato a Pistoia

Policarpo Petrocchi è pistoiese illustre, ma ahimè poco noto.
Un uomo fondamentale nella storia della nostra cultura nazionale. Si deve infatti a lui la stesura del primo vocabolario della lingua italiana, pubblicato a dispense fra il 1884 ed il 1890 a Milano dalla casa editrice dei Fratelli Treves, allora la più importante del giovanissimo regno d’Italia.

Nato a Castello di Cireglio, nel 1852, il Petrocchi dedicò la sua vita all’insegnamento e agli studi filologici, lasciando ai posteri il fondamentale vocabolario “Il Novo dizionario universale della lingua italiana”.

Fu questo, per oltre mezzo secolo, il vocabolario più diffuso in Italia. Dava l'indicazione esatta della pronuncia, separando nettamente la lingua viva dalla lingua morta ed era ricchissimo di esempi raccolti dalla stesso autore.
Lo scopo del Nuovo Dizionario fu quello, cominciando fin dai banchi della scuola elementare, di unificare linguisticamente un paese scarsamente alfabetizzato e diviso da dialetti.

«Attenendoci ad una sola misura, stando a una sola parlata, faremo come tanti bravi soldati intorno a una sola bandiera – scriveva lo stesso Petrocchi -. Faremo finalmente un vocabolario, una grammatica sola, chiara, facile anche per gli stranieri che trovan tanto indigesta la nostra lingua… E non ci avverrà più di scambiare quelli del nostro paese per inglesi e tedeschi».

Fu proprio grazie a questo lavoro che i maestri delle scuole d’Italia poterono insegnare una lingua uniforme ai giovani.
Quelle giovani generazioni che poi, imbevute di retorica patriottica, furono inviate nelle trincee della prima guerra mondiale al macello.

Colto ed intelligentissimo, Petrocchi fu anche, per la sua epoca, un vero anticonformista.
Si innamorò di una donna sposata, che peraltro aveva già una figlia, e con lei visse “more uxorio” per oltre vent’anni!

Grazie all’analisi dei suoi manoscritti, conservati presso la Biblioteca Forteguerriana, studiosi e linguisti cercano di evincere nella cultura contemporanea le tracce dell’opera di Petrocchi, il cui vocabolario, è bene ricordarlo, restò in uso fino al 1952.

Ancora oggi la sua opera, esaurito il suo compito pedagogico, resta la testimonianza più viva e più ricca dell'uso del fiorentino (e del toscano) parlato tardo ottocentesco.