giovedì 19 novembre 2009

Ferdinando: il figlio dell’ultimo Granduca di Toscana che non imparò mai il tedesco…


Non salì mai sul trono di Toscana e fu costretto insieme al padre e agli altri familiari a fuggire da Firenze e dall’amata Toscana il 27 aprirle 1859.

Lo fece con grandissima tristezza perché amava la nostra terra e perchè aveva da poco seppellito la giovane moglie – morta di tifo durante un soggiorno a Napoli – nella Cappella Lorena in San Lorenzo.

Era un grande ed insospettabile appassionato di fotografia, la nuova arte imparata a Pisa andando a lezione da Van Lint con il quale aveva partecipato ad una grande campagna fotografica in occasione dell’inaugurazione delle linee ferroviarie granducali; uno dei più preziosi gioielli che i principi austriaci ci hanno lasciato in eredità.

Come suo padre, il famoso “Canapone” che altri non era che il Granduca Leopoldo II di Lorena soffrì moltissimo la lontananza di Firenze dove era nato e cresciuto tant’è che nella sua pur sontuosa dimora di Salisburgo aveva praticamente ricreato una copia di Palazzo Pitti, ma soprattutto non riuscì mai ad imparare la lingua tedesca e si esprimeva solo in fiorentino…

giovedì 21 maggio 2009

Leonardo da Vinci inedito: cameriere e capo cuoco

Tutti ormai conoscono il grande Leonardo da Vinci: pittore, scultore, teorico dell’arte, musico, scrittore, ingegnere meccanico, architetto, scenografo, maestro fonditore, esperto d’artiglieria, inventore, scienziato e quant’altro...
Naquè nel 1452, dal padre Piero, colto notaio e dalla madre Caterina, giovane contadina al servizio dei Da Vinci.
Il piccolo Leonardo fu allevato, esclusivamente dal padre, nella campagne di Vinci e nei suoi primi 15 anni fu libero di osservare la bellezza del paesaggio agrario e ammirare il lavoro dei contadini, dai quali poi, da adulto, avrebbe preso l’ispirazione per ideare macchine agricole, frantoi meccanici, aratri e macine per il grano.
La sua vita ebbe una svolta nel 1576 quando il padre, che rivestiva un ruolo importante nella cerchia della potentissima famiglia Medici, lo fece trasferire a Firenze. Qui Leonardo, attratto dall’irradiante bellezza di una città traboccante d’opere d’arte, si interesso alle molteplici tecniche che nelle “botteghe” venivano sperimentate, sviluppando un talento artistico del tutto speciale. Fu così che il padre, accorgendosi delle doti del figlio e nonostante lo volesse notaio, si decise a contattare una dei migliori maestri dell’epoca: “Mastro Verrochio”. A diciassette anni Leonardo, era finalmente a bottega. Da allora e per molti anni, lavorando anche a Milano, Roma e in Francia, ebbe l’occasione di esprimere il suo immortale genio, grazie all’inestinguibile curiosità di studiare, disegnare, sperimentare, prendere appunti, progettare macchinari.
Vogliamo adesso raccontarvi una storiella fiorentina del tutto inedita sulla vita di Leonardo.
Pochi sanno che, da giovane, poco più che ventenne, fu assunto come cameriere nella “Taverna delle tre Lumache”, in prossimità del Ponte Vecchio. Successivamente fu anche promosso capo cuoco, e in quel ruolo inventò alcuni marchingegni per pelare, triturare ed affettare i vari ingredienti, studiando anche il modo di mandar via i cattivi odori e costruendo un apparecchio per automatizzare l'arrosto. Purtroppo però le sue innovative pietanze, disposte in piccole quantità nei piatti con gusto artistico, non ebbero successo, costringelo all'abbandono dell'attività culinaria.
In poche parole, alla vecchia consuetudine delle “grandi mangiate medievali”, Leonardo voleva sostituire un vitto più fine, in armonia con lo spirito rinascimentale…
Ma forse era avanti di secoli, anche in cucina…

venerdì 19 dicembre 2008

I'cche tu dai di barta?

Vuol dire ribaltare, capovolgersi, m anche perdere la testa.

Esempio: "E tu hai preso la 'urva a tutto spiano e tu gl'hai da'o di barta!"

Traduzione: Hai preso la curva a tutta velocità e ti sei ribaltato!

Altro significato è metaforico...

Esempio: "Ma te t'ha da'o di barta?"

Traduzione: Hai proprio perso la testa?

Oh come tu' rimbrodoli?!?

Se vi sentite fare questa domanda da un fiorentino pensateci bene...

Vi sta dicendo, senza tanti giri di parole che state parlando confusamente, state argomentando con scarsa lucidità o quanto meno non riuscite a farvi capire...

Ma oltre al parlare si applica anche all'agire. State facendo un azione senza pensarci e solo perchè deve essere fatta noncuranti del suo risultato e che sicuramente non andrà a buon fine...

Tu sei proprio....un impiastro

E' definito così a Firenze e dintorni una persona uggiosa, importuna ed antipatica.

Il senso è tratto direttamente dal significato della parola in italiano dove l'impiastro è : "preparato medicamentoso per uso esterno, emolliente, consistente in un miscuglio di sostanze che si applica sulla parte malata e applicato per estensione".

giovedì 31 luglio 2008

Attenzione alle... Labbrate!

Se sentite qualcuno che vi dice: attento che ti do una labbrata... anche se non ne sapete il significato scansatevi....

Ebbene sì, eviterete così un bel manrovescio diritto in faccia, di quelli mirati sulla bocca che fanno un male da morire.

Labbrata significa infatti: colpo inferto sulle labbra con il dorso della mano. E' un modo di dire un po' desueto, ma i nonni fiorentini è possibile ancora sentirli dire:

"Se un tu sta' fermo ti do una labbra'a tu vedi!"

Traduzione

"Se non stai fermo ti do un ceffone e poi vedrai

venerdì 18 luglio 2008

Giotto grande pittore, ma brutto....

Forse non tutti sanno che Giotto, insigne pittore ed autore del magnifico campanile di Firenze era un tipo molto brutto da morire e veniva da un contado dove, la deformità e le menomazioni erano all'ordine del giorno... Probabilmente causate da lavori pesanti, epidemie, mancanza di medici e di dentisti...

Fatto stà però che anche in città, a quei tempi la bellezza era cosa rara...
Forse per questo veniva cantata continuamente dai poeti!

Ma torniamo a quest'ometto piccolo e dall'aspetto sgradevole, ma arguto e con la battuta pronta, che si chiamava appunto Giotto.

Era figlio del contadino Bondone e veniva da Vespignano nel Mugello. La data della sua nascita, che si presume sia nel 1267, come del resto tutta la ricostruzione della sua vita è un enorme rebus.

Scoperto dal Cimabue, se è vera la leggenda, giunse a Firenze in un periodo di grande trasformazione sociale, dovuto all'enorme trasferimento di massa dalle campagne alla città, che fece di Firenze una delle maggiori d'Italia e d'Europa.
Gran lavoratore, furbo e affarista, Giotto riuscì ad interpretare i bisogni della borghesia emergente, e dette una svolta alla pittura, con un realismo che rifletteva la concretezza della vita.

Nel 1290 l'artista sposò Ciuta di Lapo del Pela, dalla quale ebbe otto figli più brutti di lui! Sempre nello stesso anno partì per Assisi, dove lavorò nella Basilica Superiore lasciando il segno negli affreschi delle "Storie di San Francesco".

Come una trottola con il pennello in mano, Giotto si spostò da una città all'altra.
Arriva a Roma verso la fine del Duecento, e dal 1302 al 1305, nella Cappella dell'Arena a Padova.
Un antico cronista racconta che l'uomo più ricco della città, Enrico degli Scrovegni, aveva fatto costruire la cappella per espiazione dei peccati del padre; il genitore infatti, era stato in carcere per usura e si guadagnò un posto fra i dannati nell' "inferno" del sommo poeta.
Realizzato il capolavoro a Padova, Giotto riprese a girare; ancora Assisi, Firenze, poi nel 1328 Napoli al servizio di Roberto d'Angiò. Nel 1330 il sovrano lo nominò suo "familiare" e due anni dopo gli assegnò una pensione annua.

C'è da credere che tra l'onore e la pensione, egli avesse preferito la seconda; infatti il pittore era famoso per il suo attaccamento al denaro, e non fa meraviglia che affittasse telai e tessitori troppo poveri per comprarseli, esigendo un tasso incredibile: il 120 per cento!

Nel 1334 Giotto iniziò a Firenze la costruzione del campanile accanto al Duomo.
Anche se iniziava ad essere abbastanza anziano, non si dedicò solamente a quello. Trovò anche il tempo per andare a Milano, chiamato da Azzone Visconti.
Ritornò a Firenze, dove morì l'8 gennaio del 1337 e fu sepolto in Santa Maria del Fiore (pratico com'era ebbe anche una tomba uscio e bottega).

Ma parliamo della scala segreta del campanile di Giotto. E' quella originaria, poi abbandonata, che percorreva i primi piani. Veniva usata dai chierici, quando non esisteva ancora la porta sulla piazza e l'accesso al campanile avveniva esclusivamente dal Duomo, attraverso un ponticello di legno a circa quattro metri e settanta d'altezza.

Il primo documento che attesti l'esistenza del passaggio è una delibera del 26 dicembre 1397 per alcuni lavori da eseguire "subtus arcum et voltam". Il ponticello serviva, soprattutto, per chi doveva andare a suonare le campane; ma nel 1431 era già inutile e pericolante. Ormai nel campanile si entrava tranquillamente dalla porta.

Così il passaggio fu demolito, mentre fu dato ordine di restaurare i due archi dove erano gli ingressi, e la sepoltura della famiglia Ferrantini, che fu danneggiata durante l'abattimento del ponicello.