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mercoledì 5 gennaio 2011

Santa Maria del Fiore...inedita


Nel 1200 sul suolo dell'attuale cattedrale c'era un'altra chiesa, più piccola, Santa Reparata, dove, in mancanza di altri edifici civili (Palazzo vecchio ancora non c'era), si riuniva anche il Parlamento della Repubblica.

Nel 1293 i fiorentini decisero di abbattere la vecchia chiesa e di costruirne al suo posto un'altra che fosse grandissima e bellissima.
Il progetto fu affidato ad Arnolfo di Cambio: la sua esecuzione per˜ò si presentava ardita e molto costosa.
Fu per far fronte alle spese che il comune impose nuove tasse; il vescovo chiese sussidi ai parroci e i parroci, confidando sui sensi di colpa dei cittadini che avevano frodato il fisco, misero in Santa Reparata una specie di salvadanaio dove gli evasori fiscali potevano gettare segretamente almeno una parte delle tasse evase e ripulirsi la coscienza.

L'espediente riuscì ed Arnolfo di Cambio nel 1296 potè iniziare i lavori davanti allo sguardo di Dante Alighieri seduto su una pietra al lato della piazza ricordata ancora oggi come "Sasso di Dante".
Ma dopo soli tre anni Arnolfo di Cambio morì, i fiorentini si divisero in guelfi e ghibellini, bianchi e neri e Dante fu esiliato.

I lavori vennero così sospesi e solo venti anni dopo ripresero sotto la direzione di Giotto, ma anche Giotto morì dopo tre anni; gli successe Andrea Pisano, poi Francesco Talenti e poi altri ancora.
Finalmente, nel 1421, la Basilica e il campanile furono terminati anche se mancava ancora la realizzazione della Cupola. E realizzarla non era affatto facile!

Per trovare la soluzione tecnica idonea fu bandita una gara: tutti i fiorentini potevano presentare - entro il 12 dicembre 1417 - il loro progetto di armatura, ponteggi o quant'altro per costruire la Cupola.
E ognuno disse la sua: chi propose armature in muratura, chi ponteggi in legno, e non mancarono idee bizzarre come quella di costruire un gran mucchio di terra a forma di cupola nascondendoci dentro molte monete d'oro; dopo la costruzione la terra sarebbe stata eliminata gratis da quelli che avessero voluto recuperare le monete d'oro!

Ci fu per˜ò un uomo magro, piccolo e intelligentissimo - Filippo Brunelleschi - che sosteneva che non ci fosse bisogno di nessuna armatura.
Sulle prime, nelle adunanze pubbliche fu preso per pazzo e allontanato dalle riunioni; in una discussione, a chi gli chiedeva come poteva pensare di realizzare la cupola senza alcuna struttura di supporto si narra che rispose:
"come si fa a far stare un uovo in piedi senza sostegni?"; prese un uovo, lo ammaccò di sotto e l'uovo stette diritto.

Il geniale architetto riuscì a dimostrare che non era pazzo: espose il suo progetto dettagliato con descrizioni e disegni e alla fine riuscì a farsi affidare la costruzione della cupola. Gli fu per˜ò affiancato Lorenzo Ghiberti, scultore eccellente ma costruttore poco pratico.
Nel 1420 iniziarono i lavori ma il Brunelleschi si sentì subito impedito dal Ghiberti che con i suoi dubbi rallentava l'opera.
Per farne decretare l'allontanamento escogit˜ò un trucco. Si narra che Brunelleschi si fasci˜ò la testa e si mise a letto fingendosi molto malato. Il Ghiberti, da solo, si trov˜ò in grosse difficoltà non sapendo come procedere; i lavori della cupola non avanzavano e gli operai si recarono dal finto malato pregandolo di dare ordini anche dal letto, ma Brunelleschi sostenendo di essere troppo malato ordin˜ò agli operai di rivolgersi al Ghiberti per il proseguimento dei lavori.

Quando gli operai gli confidarono che il Ghiberti senza di lui non sapeva quali ordini dare, Brunelleschi rispose:
"Ma io saprei perfettamente cosa fare senza di lui!" Gli operai capirono, allontanarono il Ghiberti e il Brunelleschi da solo concluse speditamente la costruzione - senza armatura - della cupola, consegnando l'opera nel 1434, dopo 14 anni di lavoro.

La chiesa fu inaugurata due anni dopo da Papa Eugenio IV. Tutte le campane della città suonavano a festa e i fiorentini esultavano di gioia. Papa Eugenio IV rec˜ò in dono alla nuova chiesa una rosa d'oro e fu cos“ che la nuova chiesa di Firenze, dedicata a Santa Maria, fu chiamata "Santa Maria del Fiore".

venerdì 8 ottobre 2010

Il ciuco di Toscana


Per molti è sinonimo di ottusità e testardaggine. Niente di più sbagliato!

E’ solo un luogo comune. L’asino è invece un animale dolce, affettuoso e paziente.

Riconosce il padrone, al quale - se viene trattato con rispetto - obbedisce incondizionatamente.
Ha carattere indipendente, ma non ama stare da solo e soprattutto, adora le coccole… Intelligentissimo, dotato di una memoria di ferro è anche molto longevo
Quando decide però di “impuntarsi” non c'è davvero niente da fare!

Può succedere soprattutto che ciò avvenga davanti ad un torrente; convincerlo ad attraversare non è impresa facile a causa della sua paura ancestrale dell’acqua. E’ infatti un animale di origine desertica e in quei casi, picchiarlo non serve proprio a niente…

Fino a circa cinquant'anni fa era un elemento prezioso per la civiltà contadina.
Si prestava con successo per i lavori più disparati: portare pesi, girare la mola per macinare, sostituire il bue nel lavoro dei campi e il cavallo per cavalcare e trainare carretti.
Non possederne almeno uno era una grave mancanza! Infatti, un detto popolare recitava: “Gli è morto l’asino!” per indicare che a qualcuno era successa una terribile disgrazia.

Poi l’agricoltura industriale moderna ha trasformato il mondo rurale e l’asino è stato sostituito da moderni ipertecnologici macchinari agricoli…

Nel giro di mezzo secolo gli asini in Italia, sono passati così da alcuni milioni a solo qualche migliaio ed oggi rischiano letteralmente l’estinzione. Noi vogliamo riscattarli parlandovi di loro!

Sorcino o crociato è il nome della principale razza diffusa in Toscana. Patria dell'asinello sorcino crociato è il Monte Amiata. Oggi questa razza è una vera e propria “reliquia” !

Il Sorcino è grigio – da qui il suo appellativo – di taglia media, dotato di muso e ventre bianchi, zebratura sulle gambe e l’inconfondibile e caratteristica “croce” sul dorso. Un albo genealogico vigila oggi sulla loro purezza e per non disperderlo la Regione Toscana ha messo a disposizione degli incentivi per chi lo ha in cura.

L'asino non è un animale molto prolifico: al termine di una lunga gestazione (12 mesi) nasce un solo puledrino (i parti gemellari sono rarissimi). Per poterne tenere uno basta davvero poco: un ettaro di terreno a pascolo.

Mantenerlo poi costa poco: si accontenta di un po’ di fieno - non occorre che sia di primissima qualità - e soprattutto di molta acqua (dai 15 ai 30 litri al giorno!), pulitissima perché se non lo è lui la rifiuta anche se sta letteralmente morendo di sete… Ama rotolarsi nella sabbia o comunque in qualcosa di molto polveroso, come la cenere del camino.

E per finire alcune curiosità. Il mulo nasce dall'accoppiamento di un asino e di una cavalla. Dall'incontro tra un'asina e un cavallo si ottiene invece il bardotto. In Abruzzo è in fase di realizzazione un progetto per la valorizzare del latte d'asina, che molti nutrizionisti e pediatri consigliano per l'allattamento di bambini allergici al latte vaccino, di soia o di capra

venerdì 30 luglio 2010

Ritrovo di streghe a Stia


Nel 1965 nel bosco situato nei pressi del Castello di Stia appartenuto ai Conti Guidi, alcuni turisti che qui si erano fermati per trascorrere una felice ed insolita notte all'aperto, furono protagonisti di un evento quantomeno incredibile!

Improvvisamente, dinnanzi a loro, si materializzò dal nulla un fuoco ed apparvero con esso delle ombre di uomini e donne che presero a danzare attorno al fuoco.

Quando furono finite le danze, dal nulla comparvero delle tavole imbandite e i fantasmi si accomodarono per consumare il pasto. Poi, al risuonare di alcuni fischi, gli spettri, così come dal nulla erano comparsi, scomparvero…

Si dice che quei turisti abbiano assistito “semplicemente” ad un ritrovo di streghe che ancora oggi vagano allegramente per quei boschi a causa dei peccati da loro compiuti con pratiche di magia nera.

Il castello di Porciano che, al tempo in cui si verificò quest'episodio era in stato di rovina, é invece oggi splendidamente restaurato e di proprietà privata.

giovedì 17 dicembre 2009

Quando a Livorno sfrecciava il... nonno di Schumacher


La "Coppa Montenero" storica corsa automobilistica in circuito, si disputava a Livorno fino agli anni'20 del novecento a metà estate, e divenne famosa negli anni'30 tra i Prix Internazionali rappresentando per due volte ufficialmente il "Gran Premio d'Italia".

Il circuito con partenza dalla rotonda di Ardenza traversava il centro e saliva per il colle di Montenero scalando il Castellaccio, e tra la macchia scendeva sul Romito immettendosi nell'Aurelia a Castel Sonnino e lungocosta in saliscendi passava da Calafuria e Castel Boccale, poi percorreva il rettifilo a sud di Antignano e quello dell'omonimo viale sul lungomare in zona balneare, quindi tornava alla rotonda di Ardenza dove era situato l'arrivo dopo aver compiuto un multiforme itinerario per una lunghezza totale di circa 20 Km.

Il tortuoso percorso ripetuto per vari giri era estenuante
; tormentato da oltre 100 curve, in salita misto veloci e lente a tornanti, ed in discesa velocissime, in rapida sequenza, a slaloom, a raggio variabile e prive di protezioni da alberi e precipizi, taluni a picco sul mare.

I piloti si stremavano in frenetici cambi di marcia, usurando freni e gomme, impegnando a fondo le monoposto da corsa, specie le pià pesanti e poderose, che nei lunghi rettilinei ai lati di Antignano lanciavano a velocità impressionanti tra i pali e la rete aerea dei filobus.

Il "Circuito di Montenero" duro banco di prova per uomini e macchine, ricordava la conformazione del Nurburing in Germania, ma aveva il fascino di essere incorniciato dal Mar Tirreno visibile da ogni parte del tracciato di gara, che saliva fino a 300 mt. di altezza al Valico del Castellaccio, che separa il versante nord con la splendida veduta panoramica di Livorno fino a Pisa, dal versante sud donde l'orizzonte si allunga all'Isola d'Elba ed oltremare ad intravedere la Corsica.

Apprezzato dagli squadroni tedeschi delle Mercedes 16 cilindri e delle strapotenti Auto Union a motore posteriore, era teatro di epici duelli con i ruggenti e agili bolidi rossi delle Alfa Romeo e delle Maserati, nei tempi in cui la Ferrari era ancora nei sogni dell'ingegner Enzo.

Erano sfide leggendarie di corridori del passato, tra i famosi rivali ed amici italiani Nuvolari e Varzi e gli assi germanici Caracciola e Rosemeyer, che a bordo di argentei e sibilanti "mostri" da 6 litri, con oltre 500 hp. raggiungevano velocità intorno ai 300 Kmh.

Titolato "Coppa Ciano" per il livornese medaglia d'oro con D'Annunzio, attirava migliaia di presenze, sportivi assiepati lungo il percorso, equipe di varie nazioni, staff di tecnici e meccanici, cronisti, ed i più amati piloti dell'epoca che simpatizzavano con il pubblico come il grande Tazio Nuvolari, amante di Livorno e vincitore di 5 coppe, ricordato dagli appassionati in un tornante del Castellaccio detto "curva Nuvolari", primo pilota ad intraversare il bolide prima delle curve derappando su 4 ruote!

Livorno e il suo circuito erano di questi "eroi", che affascinavano le folle e la "Montenero" era il grande evento, tecnico e sportivo eccezionale, irripetibile ai nostri tempi, su una fantastica pista ricavata tra mare e monti e che replicata nel tempo fu per due edizioni nel 1932 e nel 1934 il "Gran Premio d'Italia".

lunedì 26 maggio 2008

Il masso di Mandringa

A Volterra esiste un posto speciale: il masso di Mandringa, dove, nella fonte sottostante, narra la leggenda che si riunissero di notte le streghe!

Un posto sconosciuto ai più che non ha niente che ti possa colpire. E’ solo un grosso masso con un’apertura che conduce alla sottostante fonte.

Poche le notizie su questa leggenda, le uniche si trovano nel libro “Volterra magica e misteriosa” e sono rintracciabili anche sul web.

Questo è ciò che si legge:
Se fu facile per San Barbato abbattere il secolare Noce di Benevento e disperdere cosi le migliaia di streghe che vi si davano convegno, le difficoltà che avrebbe incontrato a Volterra sarebbero state tanto sovrumane da fargli perdere la speranza di poter sfrattare da Mandringa le malefiche allieve di Satana che schiamazzando vi si radunavano la notte del sabato. Un conto fu tagliare l’albero, per quanto maestoso, e costruire sulle sue radici una chiesa; un altro conto invece sarebbe stato distruggere quell’enorme masso che si staglia possente verso il cielo, sulla strada di Badia, avvolto nell’edera, nei rovi e nella madreselva. Ai suoi piedi, sotto l’arco duecentesco, sgorga da sempre un’acqua limpida e pura, ritenuta in ogni tempo la migliore della città:
"Chi sciacqua le lenzuola / alla Docciola, - ricordava il D’Annunzio nel Forse che si forse che no - convien che l’acqua attinga / alla Mandringa".
Attorno al masso, di giorno, ero tutto un vai e vieni di donne e di ragazzi, un continuo ciarlare spensierato che accompagnava la lunga teoria di brocche e di mezzine di rame assetate di quell’acqua fresca e gorgogliante. Ma di notte, il sabato notte, poco prima che l’orologio di Piazza scandisse la fine di un altro giorno, un fruscio lento e rabbrividente penetrava l’aria gia greve e pregna di zolfo, seguito da un brusio che, sempre più marcato ed intenso, faceva da macabro preludio alla vorticosa danza delle streghe. Le donne e i ragazzi ascoltavano terrorizzati nel dormiveglia le voci stridule e sghignazzanti delle streghe e, quando il lugubre stridio della civetta e il lamentoso miagolio dei gatti annunciavano l’arrivo di altre entità malvagie, neppure gli uomini avevano il coraggio di uscire di casa. Sull’orlo delle Balze, un’altra notte di tregenda si stava consumando in onore del Principe delle Tenebre, ai piedi delle antiche mura, fra il sacro tempio dei Patroni e il diruto cenobio dei Camaldolesi.
tratto da "Volterra magica e misteriosa" di Franco Porretti

martedì 6 maggio 2008

La pietra della vergogna

Nelle Logge del “Mercato Nuovo” in Porta Rossa – generalmente chiamate “Logge del Porcellino” – si trova un cerchio, formato da spicchi di marmo, che rappresenta una ruota.

Si tratta della ruota del “Carroccio” che sostava proprio in quel punto per adunare le milizie in partenza per la guerra.

Questa pietra, nel Rinascimento, era usata per una pena davvero singolare: il magistrato del Bargello condannava i frodatori, i falsari, i bancarottieri e i debitori insolventi a batterci più volte il sedere denudato - nelle ore di maggiore affluenza dei Fiorentini.

La pena, più morale che fisica, ricorda le penitenze di antica tradizione medievale; un’esposizione al pubblico ludibrio per dissuadere i disonesti e segnalare ai cittadini le persone inaffidabili nel mondo degli affari – informazione davvero molto importante in una città mercantile come Firenze.

mercoledì 30 aprile 2008

Il rissoso Michelangelo

Michelangelo Buonarroti, genialissimo artista era sicuramente anche un tipo dal carattere difficile.

A Roma ad esempio, Raffaello Sanzio era invidioso del suo successo, mentre con Donato Bramante – ‘l’architetto di San Pietro – non poteva proprio vedersi!

Ogni occasione era buona ai due per cercar di screditarsi a vicenda e Michelangelo che temeva fortemente di essere avvelenato dal rivale arrivò addirittura ad abbandonare per un po’ di tempo la città eterna.

E pensare che quando completò la cupola di San Pietro, che il Bramante aveva iniziato, rifiutò ogni compenso…

giovedì 24 gennaio 2008

Il test delle Api...

Una divertente curiosità storica si trova nella statua equestre di Ferdinando I dei Medici (1549-1609) - posta al centro di piazza SS. Annunziata.

La scultura, ultimo lavoro del Giambologna terminato poi da Pietro Tacca, ricorda le imprese del coraggioso Granduca che sconfisse i corsari saraceni – terrore dei naviganti del mediterraneo.

La statua è ricavata con il bronzo dei cannoni nemici – come ricorda la frase scritta sul sottopancia della sella.

Nella parte posteriore del piedistallo si trova un’originale tavola di bronzo a rilievo con un’ape regina circondata da molte api disposte in cerchio - a simboleggiare la centralità del Granduca rispetto al popolo laborioso.

Questa tavola è stata spesso usata per valutare l’abilità nel contare rapidamente gli oggetti. Ancora oggi, si portano i bambini dietro alla statua - promettendo loro un regalo in cambio della risposta esatta.

Un bambino di 8 anni, piuttosto sveglio, indovina il numero delle api (91) in un minuto. Provare per credere!

lunedì 21 gennaio 2008

La forchetta

Nel Medioevo, anche le Grandi Dame e i rispettabilissimi Cavalieri magiavano con le mani. Del resto, nello stesso modo mangiavano anche gli Etruschi e i Romani.

Non c’è da scandalizzarci, non erano certo maleducati, semplicemente ignoravano l’uso di quell’oggetto per noi d’uso comune che si chiama forchetta!

Qualcuno potrebbe obiettare che, in qualche museo, ha visto alcuni esemplari simil-forchetta.

Sì, è vero, ma era uno strumento che veniva usato dal cuoco durante lo svolgimento del suo mestiere e non era certo uno strumento d’uso per il convivio. Quello strumento serviva ad ad afferrare e tenere ferma la carne bollente sotto al coltello in cucina.

La prima vera ed autentica forchetta fece la sua comparsa verso la fine del 1300 nelle argenterie del Re di Francia, ma era pensiero comune che utilizzarla tra gli uomini fosse un segno di debolezza…
Tant’è che anche Messisbugo - famoso cuoco della corte Ferrarese - fra le cose necessarie per la tavola non menziona mai la forchetta.

Anche il più “nobile” Clero mai utilizzava la forchetta influenzato com’era dalla maledizione di San Pier Damiano (monaco dell’anno mille) che la considerava un lusso diabolico…

Insomma fino ad una certa epoca l’uso della forchetta veniva considerato, bene che andasse, una raffinatezza scandalosa ed è notissimo l’episodio della principessa bizantina che, ospite in Francia, prendendo il cibo con “il forcuto strumento” (per una questione di “buone maniere”) suscitò la riprovazione dei prelati.

Poi col tempo, il suo uso divenne frequente fra i ricchi nell’epoca di Caterina De’Medici, ma per arrivare ad un suo utilizzo diffuso bisogna aspettare oltre la metà del 1700, quando venne celebrato il famoso matrimonio tra…forchetta e spaghetti!

Pare infatti che la forchetta divenne d’uso comune soprattutto per agevolare la presa dei cosiddetti “fili di pasta” ovvero gli spaghetti.

E pensare che ancor’oggi, per molti, è proprio l’incontro con gli spaghetti il momento più ostico nell’uso della forchetta…

martedì 15 gennaio 2008

Il primo dizionario italiano è nato a Pistoia

Policarpo Petrocchi è pistoiese illustre, ma ahimè poco noto.
Un uomo fondamentale nella storia della nostra cultura nazionale. Si deve infatti a lui la stesura del primo vocabolario della lingua italiana, pubblicato a dispense fra il 1884 ed il 1890 a Milano dalla casa editrice dei Fratelli Treves, allora la più importante del giovanissimo regno d’Italia.

Nato a Castello di Cireglio, nel 1852, il Petrocchi dedicò la sua vita all’insegnamento e agli studi filologici, lasciando ai posteri il fondamentale vocabolario “Il Novo dizionario universale della lingua italiana”.

Fu questo, per oltre mezzo secolo, il vocabolario più diffuso in Italia. Dava l'indicazione esatta della pronuncia, separando nettamente la lingua viva dalla lingua morta ed era ricchissimo di esempi raccolti dalla stesso autore.
Lo scopo del Nuovo Dizionario fu quello, cominciando fin dai banchi della scuola elementare, di unificare linguisticamente un paese scarsamente alfabetizzato e diviso da dialetti.

«Attenendoci ad una sola misura, stando a una sola parlata, faremo come tanti bravi soldati intorno a una sola bandiera – scriveva lo stesso Petrocchi -. Faremo finalmente un vocabolario, una grammatica sola, chiara, facile anche per gli stranieri che trovan tanto indigesta la nostra lingua… E non ci avverrà più di scambiare quelli del nostro paese per inglesi e tedeschi».

Fu proprio grazie a questo lavoro che i maestri delle scuole d’Italia poterono insegnare una lingua uniforme ai giovani.
Quelle giovani generazioni che poi, imbevute di retorica patriottica, furono inviate nelle trincee della prima guerra mondiale al macello.

Colto ed intelligentissimo, Petrocchi fu anche, per la sua epoca, un vero anticonformista.
Si innamorò di una donna sposata, che peraltro aveva già una figlia, e con lei visse “more uxorio” per oltre vent’anni!

Grazie all’analisi dei suoi manoscritti, conservati presso la Biblioteca Forteguerriana, studiosi e linguisti cercano di evincere nella cultura contemporanea le tracce dell’opera di Petrocchi, il cui vocabolario, è bene ricordarlo, restò in uso fino al 1952.

Ancora oggi la sua opera, esaurito il suo compito pedagogico, resta la testimonianza più viva e più ricca dell'uso del fiorentino (e del toscano) parlato tardo ottocentesco.

martedì 8 gennaio 2008

I pirati ubriachi

I vitigni che si riproducono su piccole isole in mezzo al mare, acquistano peculiarità molto diverse dalle stesse varietà nate sul continente, così anche il vino che producono è un vino del tutto particolare.

L’Ansonica ad esempio, è un particolare vino tipico dell’Isola del Giglio che fa veramente parte della vita dei suoi abitanti. Ancor’oggi infatti, i gigliesi non si sottraggono mai al rito di riunirsi intorno a un tavolo e bere un buon bicchiere di Ansonica.

Del resto per loro quel vino è veramente leggendario in tutti i sensi. Fu lui infatti il più prezioso alleato dei gigliesi contro i pirati saraceni!

Si racconta che quest’ultimi trovarono dei barili di vino e si lanciarono subito fra le braccia di Bacco perdendo di vista armi e bottino. Erano talmente ubriachi che non si ricordavano più cos’erano andati lì a fare e furono così facilmente fatti tutti prigionieri e condotti in quella località denominata, da quel momento, Canto del Turco.

Provate anche voi l’Ansonica in quelle piccole cantine che servono il vino locale perché la produzione è limitata.
Mi raccomando con moderazione se non volete fare la fine dei pirati Saraceni perché col suo bel colore ambrato l’Ansonica può ingannare, ma è un vino forte: un bianco di circa 14 gradi!

giovedì 3 gennaio 2008

Bon ton a tavola Made in Tuscany

Se in Europa oggi non si rutta a tavola, non si sputa in pubblico e si considera alcuni vocaboli (specie quelli che evocano la sfera sessuale) parolacce lo si deve all’Italia e al Rinascimento toscano.

A codificare per primo le norme moderne di bon ton fu infatti un ecclesiastico vissuto tra il 1503 e il 1556: Giovanni Della Casa, Arcivescovo di Benevento e nunzio apostolico a Venezia, autore di un libretto postumo subito tradotto in varie lingue europee: il Galateo overo de’costumi.

Una parte importante del libretto è dedicata all’abbigliamento.
Esempi: vestire in modo dignitoso e non eccentrico, non spogliarsi e stare scalzi in pubblico - ed ancora – non comparire mai con la cuffia da notte in testa.

Altro argomento importante è l’arte della conversazione con norme che a noi possono apparire elementari come non addormentarsi o tagliarsi le unghie mentre uno parla e poi ecco un bell’elenco di parole da evitare: meretrice, concubina e persino il verbo rinculare che Della Casa consiglia di sostituire con “farsi indietro”.

Ma l’argomento più trattato nel manuale è sicuramente come comportarsi a tavola.

Accanto a precetti ovvi quali lavarsi le mani e non grattarsi ne tossire sui cibi, il galateo propone anche norme bizzarre tipo “non fregarsi i denti sulla tovagliuola” e “chi porta legato al collo lo stuzzicadenti erra”, evidentemente erano queste abitudini un tempo molto diffuse!

Oggi, molte norme del Galateo possono sembrare scontate, ma così non lo è ancora nei paesi dove “l’effetto Rinascimento”non arrivò.

Ad esempio in Cina, sputare in pubblico e tutt’oggi molto normale; in gran parte del mondo (Africa, Artico e Medio Oriente) ruttare a fine pasto è ritenuto un garbatissimo segno di gradimento per il cibo…

martedì 18 dicembre 2007

La storiella del Galletto Nero...


Che il Gallo Nero sia l'indiscusso emblema del Chianti Classico è cosa accertata.
Ma è poco noto perché proprio questo pennuto animale sia stato scelto per far da simbolo ad uno dei vini più famosi al mondo.
Una domanda che stimola la curiosità e che trova la risposta in una storiella a metà strada fra la parabola, la leggenda e il campanilismo.

Firenze e Siena, orgogliose e troppo vicine repubbliche toscane e cosa nota non si sono mai amate, ognuna voleva primeggiare sull’altra.
Le scaramucce di frontiera erano all’ordine del giorno e il contendersi una zolla di terra pittosto che un’altra cosa normale.
Cosa fare allora per risolvere i confini del conteso Chianti una volta per tutte?

Affidare la risoluzione della scaramuccia al destino e a due imparziali galletti che con il loro canto mattutino avrebbero fatto da “starter” a due cavalieri che, partendo dalle rispettive città, si sarebbero incontrati in un punto preciso del Chianti dopo un’avvincente gara di velocità podistica.
Lì, dove i due cavalieri si fossero incontrati, il fato decretava il confine definitivo fra le due città.

Eravamo all’inizio del ‘200 quando l’avvincente gara prese il via. I fiorentini scelsero come loro starter un galletto nero ed i senesi uno bianco.
I furbastri fiorentini però usarono l’astuzia e tennero i giorni precedenti la disfida, il loro galletto rinchiuso al buio in una stia e pressochè a digiuno così che, quando arrivò il giorno pattuito per la sfida, l’animale fu liberato in piena notte ed iniziò a cantare forse per la gioia, ma lo fece così forte da svegliare il cavaliere fiorentino che così iniziò anzitempo la sua corsa.
Il fatidico incontro col cavaliere senese avvenne così nei pressi di Fonterutoli, praticamente alle porte di Siena dato che il podista senese si era allontanato solo 12 chilometri dalla sua città!

Quello stranito ed affamato galletto nerò che si mise a cantare in piena notte divenne a diritto l’emblema del vino Chianti Classico e qualche secolo dopo, venne addirittura affrescato in compagnia di Bacco nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.
L’ingegno fiorentino trionfò, del resto la gara era stata regolarissima. Entrambi i cavalieri erano partiti dalla loro città al canto del gallo…